Come gestire un locale
Licenza di somministrazione alimenti e bevande: tipo A, B e C
La licenza di somministrazione alimenti e bevande non è un’unica autorizzazione uguale per tutti i locali: cambia in base a dove si trova l’attività e a cosa serve davvero. Vediamo la differenza tra le tipologie più comuni e come capire quale ti serve prima di presentare la pratica.
In breve
La licenza di somministrazione alimenti e bevande consente di vendere e far consumare sul posto cibi e bevande, a differenza della semplice licenza di vendita per asporto. Molti Comuni, soprattutto nei centri storici delle grandi città, classificano le attività in tipologie (spesso indicate come tipo A, B o C) legate a caratteristiche come la superficie, l’ubicazione o la presenza in aree a contingentamento numerico. Le denominazioni esatte e i criteri che distinguono le tipologie non sono uguali in tutta Italia: dipendono dal regolamento comunale del Comune dove si trova o aprirà il locale, quindi la prima verifica da fare è sempre presso il SUAP locale, non generalizzare da quello che si legge per un’altra città.
Cos’è la licenza di somministrazione alimenti e bevande
La licenza di somministrazione alimenti e bevande è l’autorizzazione che permette a un locale di vendere cibo e bevande per il consumo sul posto: bar, ristoranti, pub, gelaterie con tavolini rientrano in questa categoria. È diversa dalla licenza per la sola vendita da asporto, che ha requisiti meno stringenti perché non prevede spazi per il consumo immediato all’interno o all’esterno del locale.
Dal punto di vista amministrativo, oggi questa autorizzazione si ottiene tramite SCIA presentata al SUAP del Comune, con gli stessi principi generali validi per qualsiasi licenza per aprire un bar: requisiti morali del titolare, conformità dei locali, rispetto delle norme urbanistiche e di sicurezza.

Perché si parla di tipo A, B e C
In molti Comuni italiani, in particolare nelle città con centri storici soggetti a piani commerciali specifici, la licenza di somministrazione alimenti e bevande viene classificata in tipologie — indicate spesso come tipo A, B e C — legate a fattori come:
- L’ubicazione: centro storico, zone a contingentamento numerico, aree periferiche con regole più semplici.
- La superficie e la capienza del locale.
- La tipologia di somministrazione: solo bevande e alimenti semplici, oppure anche pasti completi.
Questa classificazione non è uniforme a livello nazionale: ogni Comune la definisce nel proprio regolamento di distribuzione e vendita, quindi il “tipo B” di una città non corrisponde necessariamente allo stesso identico criterio in un’altra. Per questo motivo, prima di avviare qualsiasi pratica, conviene chiedere direttamente al SUAP del Comune interessato quale tipologia si applica al tuo locale e quali documenti richiede nello specifico.
Cosa cambia in pratica tra le diverse tipologie
Le differenze pratiche tra le tipologie di licenza di somministrazione alimenti e bevande riguardano soprattutto:
- I tempi e la complessità della pratica: nelle zone a contingentamento, ottenere una nuova autorizzazione può essere più complesso che in altre aree, dove basta la SCIA senza limiti numerici.
- Eventuali limiti numerici: in alcune zone il Comune può aver fissato un tetto massimo di licenze rilasciabili, rendendo più conveniente rilevare un’attività già avviata (subingresso) piuttosto che aprirne una nuova.
- Requisiti specifici sui locali: alcune tipologie richiedono standard diversi su spazi, servizi igienici o dehors esterni.
Se il tuo obiettivo è aprire in una zona con vincoli di questo tipo, spesso conviene valutare l’acquisto di un’attività già avviata: trovi i punti da verificare prima di firmare in rilevare un bar già avviato. Per un quadro più generale sulla licenza necessaria per aprire un locale, anche fuori dai casi di contingentamento, vedi la nostra guida su licenza per aprire un bar.
Come capire quale licenza di somministrazione ti serve
Il modo più affidabile per capire quale licenza di somministrazione alimenti e bevande ti serve è partire dal SUAP del tuo Comune, portando già un’idea chiara di dove aprirai, quanti posti a sedere prevedi e che tipo di offerta avrai (solo bevande e snack, oppure pasti completi). Molti Comuni pubblicano online il proprio regolamento di distribuzione e vendita, ma un confronto diretto con l’ufficio evita interpretazioni sbagliate che potrebbero costarti tempo prezioso in fase di apertura.
Per un inquadramento generale della normativa sul commercio a livello nazionale, la voce somministrazione di alimenti e bevande su Wikipedia offre una buona base di partenza, da integrare sempre con il regolamento specifico del tuo Comune.
Domande frequenti sulla licenza di somministrazione alimenti e bevande
La domanda che riceviamo più spesso è se la classificazione in tipo A, B o C sia uguale in tutta Italia: la risposta è no, perché ogni Comune stabilisce i propri criteri nel regolamento locale, ed è per questo che la verifica diretta con il SUAP resta indispensabile prima di ogni decisione.
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Prenota una chiamata gratuitaAltre domande frequenti sulla licenza di somministrazione alimenti e bevande
Cos’è la licenza di somministrazione alimenti e bevande?
È l’autorizzazione che consente a un locale di vendere cibo e bevande per il consumo sul posto, diversa dalla licenza per la sola vendita da asporto.
Cosa significano le tipologie A, B e C della licenza di somministrazione?
Sono classificazioni che alcuni Comuni usano nei propri regolamenti di distribuzione e vendita, legate a ubicazione, superficie e tipo di offerta. I criteri esatti variano da Comune a Comune.
Come faccio a sapere quale licenza di somministrazione mi serve?
Il modo più affidabile è rivolgersi direttamente al SUAP del Comune dove aprirai, portando i dettagli su ubicazione, capienza e tipo di offerta del locale.
Ci sono limiti al numero di licenze rilasciabili in una zona?
In alcune aree soggette a contingentamento sì, il Comune può aver fissato un tetto massimo: in questi casi spesso conviene valutare il subingresso in un’attività già avviata.
La licenza di somministrazione include anche la vendita da asporto?
Generalmente sì, ma è sempre bene verificarlo nella pratica specifica presentata al SUAP, perché le due attività hanno requisiti diversi.
